Per un umanesimo dei sentimenti

Per chi non conosce “La Traviata” – l’opera più famosa e forse più fraintesa di Verdi – la sintetizzo: un giovane studente s’invaghisce di una prostituta d’alto bordo, persuadendola ad abbandonare i fasti parigini per una vita riparata e romantica in campagna. Il padre di lui, tuttavia, riesce a raggiungere la villa e, approfittando dell’assenza del figlio, convince la traviata e traviante Violetta ad abbandonare suo figlio, per salvare le nozze dell’altra figlia, altrimenti ripudiata dal promesso sposo, che non può accettare d’imparentarsi con una famiglia compromessa. Tra promesse d’amore, addii, scenate, l’epilogo è quello di molte eroine ottocentesche – da Emma Bovary ad Anna Karenina -: l’aver sfidato, per coerenza di sentimenti, le rigide leggi sociali, determinerà la morte della protagonista.

C’è un passaggio dell’opera – sostanzialmente la prima a mettere, al centro di un dramma, una persona comune, nella quale il pubblico potesse immedesimarsi – che normalmente commuove sempre: è il culmine del duetto – scena seconda, atto secondo – tra Padre Germont e Violetta Valery: il momento in cui le difese di Traviata crollano, sciogliendosi sotto l’impeto delle argomentazioni del padre di Alfredo. I libretti verdiani non sono particolarmente apprezzati ma i versi di questo passaggio sono eloquenti:

Un dì, quando le Veneri/il tempo avrà fugate/fia presto il tedio a sorgere:/che sarà, allor? Pensateci!/Per voi non avran balsamo/i più soavi affetti/poiché dal ciel non furono/tai nodi benedetti.

Il senso è chiaro: signora, lei è una ex prostituta, non potrà mai sposare mio figlio – perché io non acconsentirò e gli toglierò ogni avere, impedendogli di trovar un impiego – e quando la sua bellezza sarà svanita, le condizioni materiali in cui verserete, saranno tali da rovinare la vostra vita e mio figlio la abbandonerà, perché nessun legame giuridico potrà mai garantirle uno status di moglie.

Duetto (1)In foto la tradizionale e stupefacente scenografia de “La Traviata” del Macerata Opera Festival – Stagione 2018

Violetta Valery non era un personaggio inventato: Alphonsine Rose Plessis, in arte Marie Duplessis, era una giovanissima e bellissima ragazza di provincia, figlia di un padre alcolista e violento, orfana di madre. Il contatto con la città farà fiorire in lei modi molto signorili, che fecero innamorare uomini illustri, tra cui il compositore Franz Liszt, il conte de Perrégaux, lo strettissimo collaboratore di Napoleone III, Agenore de Gramont e lo scrittore Alexandre Dumas figlio. Ma per questa donna – nata umile e senza dote – non vi sarà alcun epilogo borghese e, pur vivendo tra oggetti di lusso, non verrà curata e morirà di tisi in un gelido giorno di Carnevale, mentre tutta Parigi “impazza”.

Oggi questa storia appare commovente: quando Verdi la musicò fu fischiata perché, ai più, apparve solo sconveniente. Per questo mi sorprendono sempre le lacrime che scruto tra gli astanti, nel duetto sopra citato. Verdi si schiera apertamente con Violetta e mette un’intera società sotto accusa. Traviata è un enorme specchio che costringe la società di metà ‘800 a considerare quanto spietate e vetuste – almeno rispetto ai sentimenti – siano le coeve convenzioni sociali.

Scena finale palco vuoto (1).JPG

In foto la geniale scenografia che – sul finire dell’Opera – viene eretta in modo da riflettere il pubblico, costretto a guardarsi nel momento in cui Violetta muore.

Ogni volta che siedo a vedere La Traviata, in quel preciso momento in cui Padre Germont – facendo leva sull’impossibilità di un matrimonio – induce Violetta ad abbandonare Alfredo Germont, mi chiedo come sia possibile che molte di quelle persone commosse nutrano sentimenti d’indifferenza – quando non di ostilità – rispetto alla condizione che molti omosessuali hanno vissuto fino a pochi anni fa e che, in parte, tuttora vivono.

Lo scandalo di Violetta è tutto qua: da una parte i sentimenti, nei quali lo spettatore finisce per sentirsi coinvolto, dimenticando – pian piano – che la protagonista è una puttana, dall’altro la necessità di salvaguardare l’immagine della famiglia Germont. Una famiglia molto tradizionale, dove le convenzioni sono tutto, al punto che la sorella di Alfredo rischia di vedersi revocata la promessa di nozze.

“La Ley del Desio” è il prmo film in cui recita Antonio Banderas – quando era ancora figo e non si rimpinzava di biscotti del Mulino Bianco – nonché seconda e – per molti versi – insuperata opera di Pedro Almodovar. Questo film sconvolse completamente la mia coscienza: io lo vidi intorno ai 20 anni e non ho mai più voluto rivederlo, perché mi procurò un dolore immenso. Ci sono tanti temi trattati, tra cui il rapporto tra creatore ed opera ma la scena clou (almeno per me) è quella in cui un Banderas – omosessuale e innamorato fino alla follia di uno scrittore – incontra, con un inganno, l’amante dello scrittore e, dopo aver tentato inutilmente di sedurlo, lo getta da una scogliera, uccidendolo.

Banderas (1)

In foto un giovanissimo e tormentato Banderas, protagonista del film di Pedro Almodovar.

La scena è sorretta da una straordinaria interpretazione di Fred Buscaglione, del brano “Guarda che Luna”. La musica del brano ha un incipit malinconico e si sviluppa in un crescendo drammatico. Le parole sono senza veli: “Guarda che Luna, guarda che Mare: da questa notte/senza te dovrò restare/folle d’amore vorrei morire/mentre la Luna, da lassù/mi sta a guardare”.

Quando vidi il film compresi – violentemente e per la prima volta – la disperazione assoluta di chi prova un amore che non può essere rivelato (25 anni fa era spesso ancora così: oggi diremmo “che non può ricevere pieno riconoscimento”). Una disperazione che non conoscono solo gli omosessuali ma anche gli amanti respinti o gli amanti di relazioni extraconiugali…Tutte/i coloro che – per una volta nella vita – hanno provato il dissidio tra la legge del proprio desiderio e quella della Società.

Brokebake Mountains (1)

Forse perché sono napoletano – quindi cresciuto in una città che non ha mai condannato l’omosessualità praticata ma solo la scelta di chi la dichiara, essendovi una tradizione di bisessualità e promiscuità molto diffusa  (direi ancestrale…)  ma l’altra immagine che mi sovviene, questa notte, è quella del film di Ang Lee – se ricordo bene premiato con Oscar alla regia, alla sceneggiatura non originale ed alla colonna sonora – “I segreti di Brokeback Mountain”. Si tratta della scena finale (o almeno così la ricordo) in cui il protagonista, che non riesce ad accettare il proprio amore per il collega cowboy e si riduce a vivere in una roulotte, dopo aver ricevuto la visita della propria figlia, che sta per sposarsi, si avvicina al guardaroba, apre un’anta ed accarezza una camicia, sotto la quale è conservata la camicia dell’uomo che ha amato per tutta la vita.

Questo film, dal linguaggio meno paradossale di quello di Almodovar, andrebbe proiettato nelle scuole, perché insegna la tossicità e l’inutilità della repressione sociale, rispetto all’aritmetica dei sentimenti. C’è un’equazione elementare, alla base del comportamento umano che, se non risolta, determinerà sempre infelicità e tensioni sociali, oltre che logorio psicologico per chi la lascia incompleta e  per coloro che sono intorno a lui/lei:

Diritto alla Felicità = desideri e sentimenti  *  capacità di conoscerli e realizzarli

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riconoscimento sociale dei propri sentimenti e desideri

 

Sul numeratore di questa equazione possono fare moltissimo la famiglia, gli operatori psicologici ma anche i romanzieri, i musicisti, i poeti.

La politica dovrebbe occuparsi invece del denominatore, visto che ha il monopolio del diritto; perché quando ad un’elevata capacità di amare e di realizzare quell’amore viene offerto un riconoscimento claudicante, non sarà solo il singolo a zoppicare ma l’intera società a rallentare.